Ultimamente mi capita sempre più spesso di parlare con amici o colleghi e sentirmi dire che stanno seriamente pensando di trasferirsi all'estero, magari in un paese del nord Europa o in Portogallo. La cosa mi ha fatto riflettere sul mio futuro qui in Italia. Io personalmente non ho mai considerato l'idea di una fuga di cervelli come una soluzione per me, ma ora, tra le poche opportunità nel mio campo e la sensazione generale di stallo, comincio a chiedermi se non sia più una scelta estrema ma quasi una normalità per la nostra generazione. Qualcun altro si ritrova in queste conversazioni e in questi dubbi?
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Come capire se trasferirsi all'estero è la scelta giusta per me?
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Mi rendo conto che la fuga di cervelli sta diventando una parola ricorrente nelle chiacchiere tra colleghi.
Alcuni raccontano con gusto di paesi nordici o del Portogallo e lo presentano quasi come una normalità per la nostra generazione.
Io rimango tra dubbi e curiosità, non mi vedo partire subito ma capisco la stanchezza di sentirsi bloccati.
Restare qui significa confrontarsi con opportunità limitate e con la necessità di una rete che regga il ritmo del lavoro.
Qualcuno potrebbe dire che cambiare aria risveglia la creatività ma temo di perdere contatti e abitudini della vita quotidiana.
Forse la domanda stessa andrebbe riformulata e chiedere cosa significa davvero felicità lavorativa piuttosto che dove si vive.
Quello che resta è un senso di incertezza che non si chiude in una risposta definitiva nemmeno in una guida pronta all uso.
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