Ultimamente mi trovo a riflettere su una cosa successa al lavoro. Un mio collega, che è sempre stato molto aperto e solare, ultimamente è chiuso e sembra evitare certi discorsi. Ieri, parlando di weekend, ha accennato di sfuggita a come la sua famiglia stia vivendo un momento difficile per via di commenti e sguardi che ricevono in pubblico. Mi ha colpito perché non avevo mai pensato a quanto il peso del pregiudizio possa essere quotidiano e logorante. Mi chiedo se, come colleghi e amici, possiamo davvero fare qualcosa per creare un ambiente dove nessuno debba nascondere una parte di sé, o se siamo condannati a essere solo spettatori passivi di queste cose.
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Come creare un ambiente di lavoro più accogliente per chi subisce pregiudizi?
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Mi viene da sentire una stretta allo stomaco quando penso al peso del pregiudizio che tocca la vita quotidiana di chi non rientra in certi schemi e finisce per camminare con le spalle tese in sala riunioni e al mattino.
Da un punto di vista analitico il pregiudizio nasce spesso dall incertezza e dalla mancanza di linguaggio comune tra persone diverse sul posto di lavoro e da una paura di essere messi in discussione.
Qualcuno potrebbe fraintendere la questione pensando che sia solo una discussione su privacy e non un problema di pregiudizio che tocca davvero chi lavora qui.
Mi chiedo se sia utile chiedere cosa si possa fare o se sia meglio rimettere in discussione la concezione dietro la domanda sul pregiudizio?
Potrei mettere in forma diversa la questione cioe quali piccoli gesti quotidiani potrebbero ridurre il peso del pregiudizio e rendere visibile l ascolto.
Forse basta restare presenti e non giudicare per contrastare il pregiudizio nel posto di lavoro e creare spazi concreti.
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