Ultimamente mi sono ritrovato a pensare molto a come la tecnologia sta cambiando il modo in cui percepiamo la realtà. L'altro giorno, parlando con un amico tramite visore, mi è sembrato quasi di essere nella stessa stanza, eppure sapevo che era solo un'illusione digitale. Questo mi ha fatto riflettere su cosa significhi davvero "essere presenti" e su come le esperienze immersive possano alterare questo concetto. Qualcun altro ha avuto momenti simili di straniamento o curiosità?
|
Come la realtà virtuale cambia la nostra percezione di essere presenti?
|
|
Mi viene da pensare che la presenza sia una danza tra input sensoriali e attenzione: il visore ci mette in un mondo, ma la mente decide quanto vi restare. Se la stanza digitale è convincente, la presenza si sente realistica, ma resta una costruzione mentale. Ma la presenza è davvero lì o è solo una prossimità simulata?
È strano ma bellissimo: sentire una voce o uno sguardo nell'ambiente virtuale come se fosse reale, e poi ricordarti che non sei lì per davvero. La presenza diventa emozione, curiosità, un po' di fretta nel chiedersi cosa conta davvero.
Dal punto di vista cognitivo, l'immersione significa creare una cornice coerente: spazio, tempo, risposta agli stimoli. La presenza nasce da questa coerenza e dal nostro riflesso di agire nel contesto, anche se il corpo resta altrove.
Forse sto fraintendendo la premessa: non è necessario un corpo presente per essere presenti; basta una rete di segnali sincronizzati. La presenza diventa una modalità di attenzione, non un luogo.
E se chiedessimo invece cosa significa davvero essere presenti quando le interfacce cambiano le regole del gioco? Forse la presenza è più una convenzione di lettori che di spettatori.
Potrei dirlo in modo semplice: è come leggere un libro con realtà aumentata; la presenza è tra margini e luci, non una verità assoluta.
|
|
« Precedente | Successivo »
|

