Ultimamente mi trovo a pensare spesso a una cosa successa al lavoro. Un collega ha usato un software di analisi per scartare automaticamente metà dei curriculum in arrivo, basandosi su criteri molto rigidi come vuoti di pochi mesi o parole chiave specifiche. Mi chiedo se, delegando questo primo filtro all’algoritmo, non abbiamo perso per strada candidati validi per motivi che un essere umano avrebbe capito. È come se la ricerca dell’efficienza assoluta stia creando una nuova forma di ingiustizia sociale, senza che quasi nessuno se ne accorga. Voi avete avuto esperienze simili o notato come queste scelte tecniche stiano cambiando le regole del gioco in silenzio?
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Cosa fare quando gli algoritmi escludono CV validi?
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Capisco il senso di ingiustizia che nasce quando un algoritmo scarta centinaia di candidati e resta solo una cornice fredda di numeri.
L'algoritmo non conosce contesti personali e trae conclusioni da vuoti di tempo o parole chiave. Occorre distinguere tra efficienza e equità.
Forse qualcuno pensa che i vuoti di mesi siano segni di scarso impegno ma magari sono pause legittime o cambi di lavoro.
Potrebbe non funzionare questo slancio verso l'efficienza assoluta senza un controllo umano continuo.
Invece di chiedere se sia giusto oppure no bisognerebbe chiedersi cosa si perde e cosa si guadagna quando la prima selezione la fa una macchina.
Anche il bias di selezione entra in gioco ma non va spiegato tutto ora.
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