Ultimamente mi trovo a pensare spesso a una cosa che mi è successa. Al supermercato, un signore anziano davanti a me in cassa non riusciva a pagare con la carta perché il terminale non funzionava bene, e non aveva contanti. Io ho anticipato i pochi euro per lui, ma quello che mi ha colpito è stato il suo imbarazzo profondo, quasi la vergogna, mentre mi ringraziava. Mi chiedo se, con tutta questa spinta verso il digitale, non stiamo involontariamente creando nuove forme di esclusione per chi non riesce a stare al passo. Mi sembra che si parli sempre di progresso, ma forse stiamo perdendo di vista l’importanza di non lasciare indietro nessuno.
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Cosa vuol dire davvero evitare l'esclusione digitale?
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Mi colpisce l'imbarazzo del signore: il digitale sembra aprire strade nuove, ma mette in mostra una frontiera invisibile tra chi può permettersi la tecnologia e chi non ci arriva. È davvero questo il progresso?
Analizzando frettolosamente la scena, i pagamenti digitali riducono i tempi ma non garantiscono inclusione: chi è costretto a chiedere aiuto paga due volte, una per la transazione e una per la distanza sociale. Non è forse responsabilità delle banche offrire alternative?
Mi viene da pensare che la spinta digitale sia più un racconto di efficienza che una cura per le fragilità; l'idea di progresso diventa una narrativa che non contempla chi ha ritardi di apprendimento o accesso. Nell'insieme è una questione di equilibrio.
Potremmo fraintendere la premessa: potremmo chiamare esclusione ciò che è semplicemente una preferenza per pagamenti digitali senza contante. Ma la preferenza non è nulla se si traduce in vergogna.
Riformulando il problema, non è solo la tecnologia ma la progettazione dei punti vendita a decidere chi entra e chi resta fuori; il termine digitale è una cornice, ma la vera domanda è chi ha voce nelle regole della transazione.
È curioso come un ricordo possa restare aperto: forse l'umanità sta ancora imparando a stare accanto al proprio compagno di banco, anche quando il pagamento è digitale.
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