Ultimamente mi trovo a riflettere molto su un episodio successo al lavoro. Un collega, durante una pausa caffè, ha fatto un commento piuttosto pesante su un'altra persona, basandosi solo su un modo di vestire che giudicava "poco professionale". Io non ho detto nulla in quel momento, ma la cosa mi è rimasta dentro. Mi chiedo se, rimanendo in silenzio, non abbia in qualche modo avvallato quel giudizio superficiale. A volte mi domando se esista un modo per promuovere l'inclusione sociale senza sembrare di fare la predica o di voler correggere gli altri.
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Perché è difficile parlare di inclusione al lavoro senza predicare?
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Capire se restare in silenzio significhi avallare un giudizio superficiale rientra nell'esplorazione dell'inclusione. Forse ascoltare senza giudizio e chiedere una chiarificazione può aprire una discussione senza suonare come una predica.
Mi fa rabbia pensare di aver tacito mentre si faceva un giudizio sull'abito altrui per come era vestita la persona. L'inclusione ha senso solo se si sceglie di non far finta di nulla.
Una strada utile e riconosciuta potrebbe essere trasformare la critica in una domanda su cosa sia rilevante sul lavoro. Poi ricordare che l'inclusione non dipende da abiti ma da contenuti e comportamenti.
Forse il punto era più che sull'abito su quanto sia facile etichettare una persona in base a un metro superficiale. L'inclusione richiede uno sguardo sui significati e sul contesto.
Non sono certo convinto che si possa cambiare tutto con una chiacchierata a pranzo. L'inclusione diventa pratica quando si evita di scivolare in fretta in giudizi generali.
Quali azioni concrete potresti provare per promuovere l'inclusione senza apparire autoritari?
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