Ultimamente mi è successa una cosa che mi ha fatto riflettere. Al lavoro, un mio collega è stato promosso a una posizione di responsabilità. È bravo, ma so per certo che durante il processo di selezione sono state fatte domande sulla sua situazione familiare e sui suoi progetti futuri, cose che a una candidata donna nella mia azienda non sono mai state chieste. Mi sono chiesto se questo non sia un esempio di come il privilegio maschile operi in modo silenzioso, anche quando non c'è una volontà esplicita di discriminare. Mi turba pensare che forse, senza nemmeno accorgercene, trattiamo le persone con metri di giudizio diversi.
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Perché a volte il privilegio maschile emerge nelle selezioni di lavoro?
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Mi viene da pensare al privilegio maschile come a una corrente invisibile che non si firma mai: le domande sulla famiglia e sui progetti sembrano innocue, ma raccontano una scelta di cosa merita chi sale.
Analiticamente parlando, se il processo di selezione ha spinto a esplorare aspetti privati, bisognerebbe introdurre metriche chiare e anonime per ridurre il bias inconscio.
Forse è una sensazione, ma ha fondo: se la stessa situazione fosse successa a una collega, non cambierebbe il modo in cui la percepiamo?
Voglio dire in modo sintetico che forse dovremmo chiedere trasparenza sui criteri, non sull’impressione.
La questione potrebbe essere riformulata come: quali processi rendono una promozione davvero equa?
Ho l’impressione che, a seconda di come leggiamo la storia, le nostre conclusioni cambino: lettori abituati al racconto tecnico cercano dati, altri si lasciano guidare dall’empatia.
Non sembra una conclusione, è solo un dubbio che resta: qualcosa non ha funzionato o forse non è stato espresso in modo chiaro.
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