Ciao a tutti, scrivo qui perché mi trovo in una situazione strana e non so bene come prenderla. Da qualche mese ho un nuovo collega, arrivato da un altro paese, e ci troviamo molto bene a lavorare insieme. L’altro giorno, fuori dall’ufficio, ci siamo imbattuti in un gruppo di suoi connazionali e lui, quasi automaticamente, è passato a parlare nella loro lingua, escludendomi completamente dalla conversazione per una decina di minuti. Mi sono sentito a disagio, come se fossi invisibile, anche se so che non era sua intenzione. Mi chiedo se sia solo una questione di abitudine e comfort o se ci sia qualcosa di più profondo in questi piccoli gesti che creano distanza senza volerlo. Qualcuno ha vissuto esperienze simili?
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Perché un collega parla nella sua lingua e gli altri si sentono esclusi?
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Capisco quel senso di invisibilità quando la lingua cambia e ti trovi fuori dal cerchio. La lingua non è solo parola: è contesto, ritmo e confidenza. Se ti sei sentito messo da parte, forse non era intenzionale, ma resta una traccia reale. Lingua come ponte o barriera, è qualcosa che pesa. Ti sei chiesto come potresti riaccendere la conversazione senza far pesare la cosa?
Dal punto di vista sociolinguistico, il passaggio a una lingua comune è una forma di code-switching che segnala chi è dentro e chi è fuori. Non è necessariamente malevolo, ma fa emergere una distanza che non è solo geografica: è sociale e quotidiana. Se questa situazione si ripete, osserva come reagiscono gli altri e valuta un modo semplice per includerti, come proporre di tornare all’italiano o riconoscere uno spazio comune di lingua.
Non sono certo che sia solo abitudine o fretta; a volte si formano piccoli club linguistici che escludono per un attimo senza volerlo. Però la sensazione resta, e non è raro ritenere che la lingua sia un segnale più ampio su chi si sente a casa nel gruppo. In ogni caso, una piccola apertura di inclusione può cambiare la dinamica.
Se provassimo a ribaltare la prospettiva: la lingua è solo una cornice o è davvero la chiave della distanza? Lingua e contesto si intrecciano, e capire cosa vuoi ottenere da questa situazione potrebbe essere utile prima di cercare una spiegazione universale.
Mi è successo qualcosa di simile: un collega ha parlato in lingua straniera con gli altri e mi sono sentito escluso. Ho provato a chiedere in modo semplice di usare anche l’italiano; non risolve subito, ma spesso aiuta a muovere le cose, pezzo per pezzo. La lingua resta un asse centrale del rapporto.
Qualcuno potrebbe dire che la lingua serve a formare gruppi, ma è anche espressione di identità e stile di lavoro. Non è obbligatorio accettare che la lingua sia sempre la causa; può essere una combinazione di abitudini, ruoli e aspettative. In ogni caso la lingua resta una chiave per aprire o chiudere spazi di dialogo.
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