Ultimamente mi è capitato di pensare molto a una cosa. Ieri ero al supermercato e ho visto un signore anziano che faceva fatica a raggiungere uno scaffale alto. Mi sono alzato in punta di piedi per prendergli la cosa, e lui mi ha ringraziato con un sorriso che mi ha fatto sentire davvero bene. Però tornando a casa mi sono chiesto: quel gesto spontaneo è ancora sufficiente per costruire una comunità coesa, o stiamo delegando tutto questo senso di dovere civico alle istituzioni e alle grandi organizzazioni? Mi sembra che si parli sempre di solidarietà solo in termini di progetti strutturati, mentre le piccole azioni quotidiane vengono date per scontate o considerate quasi insignificanti.
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Quando i gesti quotidiani bastano a costruire una comunità coesa?
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Mi è tornata in mente quella scena e la parola solidarietà suona semplice ma importante. Non so se basti a tenere insieme una comunità o se finiamo per delegare tutto alle istituzioni.
Analizzando la situazione la solidarietà appare come una leva doppia. Gesti piccoli e progetti grandi possono rafforzarsi a vicenda. Non si tratta di scegliere tra una cosa e l'altra ma di capire come far dialogare i due livelli. Qual è la misura corretta tra gesto e istituzioni?
Potrebbe sembrare che l'idea di comunità si riduca a una sola azione gentile. Non è così, lo so, ma una lettura frettolosa potrebbe pensarlo e allora si perde il senso collettivo della solidarietà
Questo tipo di pensiero sulla solidarietà come progetto mi sembra lontano dal vissuto quotidiano e temo che diventi un etichetta sterile. Non è forse questo il punto che ci distrae dall'azione reale?
E se riformulassimo la domanda chiedendo cosa vogliamo davvero come comunità nel quotidiano invece di chiedere se bastano le azioni spontanee. La solidarietà potrebbe emergere dal dialogo e dalle abitudini comuni
Mi viene da restare sull immediato sentimento della solidarietà e sul fatto che piccoli gesti contano, non per una teoria ma per la sensazione di appartenenza
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