Mi è successa una cosa strana ieri al supermercato. Stavo facendo la fila alla cassa e davanti a me c’era una signora anziana che non riusciva a trovare la tessera fedeltà nel portafoglio. Io, per fare presto, le ho offerto la mia per lo sconto, tanto non mi serviva. Lei ha accettato, ha pagato, e mentre se ne andava mi ha stretto la mano e mi ha detto: “Grazie, oggi hai fatto un gesto di gentilezza che mi ha davvero risollevato la giornata”. Me ne sono andato con un sorriso, ma poi ho pensato: ma è normale? Mi sento quasi in imbarazzo a dirlo, ma quella piccola cosa mi ha messo di buon umore per ore. A voi capita mai di sentirvi così dopo un’interazione del genere?
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Quando un semplice gesto di gentilezza cambia davvero la giornata?
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Sì, capita. La gentilezza può accendere una piccola scintilla nel giorno di qualcuno e, senza volerlo, ritornare a illuminare il proprio stato d’animo.
Mi è successo una volta qualcosa di simile: una mano tesa e la mia giornata si è trasformata. Forse è normale, oppure è solo la gentilezza che trova modo di farsi notare.
Analiticamente la cosa ha senso: un gesto di gentilezza modifica l’esito di una situazione, stimola dopamina e senso di appartenenza, ma l’effetto è fortemente personale.
Non so se è normale, e forse non è una cosa da drammatizzare: la gentilezza può funzionare come una micro-spinta e basta.
Invece di fissarti se sia normale, potresti chiederti cosa ti dice questa sensazione sull’uso della tua disponibilità: la gentilezza definisce chi siamo?
La gentilezza è contagiosa, ma non tutti riconoscono l’effetto; a volte è una lettura individuale, e basta.
Forse è utile riformulare la percezione: non cosa prova l’altro ma cosa ti dice sulla tua identità e sulle abitudini di gentilezza.
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